Mps e crisi bancaria italiana

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Geneve Invest analizza la ricapitalizzazione di MPS e il momento di crisi delle banche italiane

 

Il crollo del governo di Matteo Renzi il nuovo incarico affidato a Paolo Gentiloni è arrivato in un pessimo momento per le banche italiane, che detengono oggi, collettivamente, circa 300 miliardi di euro di debiti difficile gestione.La prima emergenza su cui ci si è concentrati ha riguardato il Monte dei Paschi di Siena, che dopo la “nazionalizzazione” ha oggi bisogno di un aumento di capitale 8,8 miliardi di euro. „La possibilità di un piano di rientro legato alla vendita di titoli e alla riconversione del debito – ricostruisce Gianmaria Panini di Geneve Invest, società di gestione patrimoniale fra le più note in Europa, è clamorosamente fallita, con i potenziali investitori fortemente scoraggiati dal clima di grande instabilità politica che il risultato referendario ha riportato in Italia. Allo stesso modo è naufragato il progetto di conversione del debito subordinato in equity – continua Gianmaria Panini - una soluzione che avrebbe permesso di contenere la ricapitalizzazione cash, ma che non ha convinto gli obbligazionisti, inevitabilmente indisponibili a sottoscrivere titoli azionari soggetti alle variazioni di prezzi e che negli ultimi 12 mesi hanno già perso l'85% del loro valore. Il rischio di vedere il proprio capitale completamente polverizzato sarebbe stato troppo alto e indissolubilmente legato alle speranze di un miracoloso recupero in Borsa del gruppo bancario senese.”

 

Ci si è così rimessi al piano di salvataggio operato direttamente dal governo, che deve però adesso fare i conti con una situazione molto più critica di quanto previsto. Innanzitutto c'è l'intervento della Banca Centrale Europea, che applicando le stesse regole utilizzate gli stress test sulle banche greche nel 2014 ha aumentato del 76% il capitale necessario a mettere in sicurezza l'istituto senese: i miliardi di ricapitalizzazione passano così da 5,5 a 8,8. Di questa cifra, 4,5 miliardi saranno a carico dello Stato, mentre gli altri 4,3 dovranno essere sborsati dagli obbligazionisti. A mettere ulteriore pressione sul salvataggio del Monte dei Paschi – spiegano gli analisti finanziari di Geneve Invest - è la lista dei debitori che in questi giorni sta via via prendendo forma dopo che Antonio Patuelli, presidente ABI, aveva chiesto che fosse reso pubblico l'elenco delle grandi aziende che, non restituendo i prestiti ottenuti, hanno contribuito in maniera determinante alla costruzione di quei 45 miliardi di euro di non performing loans, di cui 28,2 miliardi di sofferenze, che hanno decretato lo schiacciamento della banca.

 

Un'altra spina nel fianco del nuovo governo riguarda Unicredit. In questo caso la situazione è simile a quella di MPS, dal punto di vista strutturale, ma si parte da una situazione ben diversa, con più tempo a disposizione, un contesto apparentemente più stabile e meno pressione da sostenere.I miliardi di euro da trovare sono però 13 – analizzano ancora da Geneve Invest - e bisogna mettersi a lavoro da subito per non restare schiacciati dalla fuga di investitori che potrebbero valutare in maniera sfavorevole il mutato scenario politico italiano, considerando come instabile anche un grande gruppo quale Unicredit.

 

Ci sono poi i casi di Banca Popolare di Vicenza (795 milioni di debiti) e Veneto Banca (260 milioni) che dovrebbero fondersi entro i primi mesi del 2017 e la cui ricapitalizzazione sembra meno complessa, ma che vivono comunque un momento di estrema difficoltà. “Entrambi gli istituti hanno visto precipitare il valore delle proprie obbligazioni, con bond che ad appena due mesi dalla scadenza (vanno a rimborso il 20 gennaio 2017) propongono un rendimento annuo fra il 15 e il 20% - spiegano gli esperti di Geneve Invest - e con obbligazioni subordinate ad alto rendimento con cedola 9,50% e scadenza 2025 emesse da entrambe le banche per 200 milioni di euro appena un anno fa e il cui valore è oggi pari perfettamente alla metà del prezzo di collocamento, per un rendimento finale che arriva al 30% a scadenza.

 

In questo contesto non può non fare capolino una riflessione d'insieme su tutto il sistema bancario italiano, il cui equilibrio a lungo termine sembra toccato da una importante fragilità. Le sofferenze potrebbero chiaramente aumentare se un'economia già debole diventasse ancora più debole, come potrebbe capitare nel caso di uno scenario politico che portasse al governo forze poco riformiste.Nei prossimi mesi le banche potrebbero incontrare difficoltà ancora maggiori di quelle odierne nel generare entrate attraverso la vendita di “non-performing loans” - conclude Gianmaria Panini di Geneve Invest - e anche per questo Mediobanca calcola che oltre alle necessarie ricapitalizzazioni di MPS e Unicredit potrebbero servire altri 21 miliardi di euro per far respirare il sistema.

 

Fra le varie possibilità sul tavolo politico, c'è quella, ventilata dal governo uscente di Matteo Renzi e fortemente sponsorizzata dal presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, dell'istituzione di un unico soggetto pubblico che aiuti gli istituti di credito italiani (che hanno perso complessivamente il 50% nei primi 9 mesi del 2016) e vendere i propri crediti inesigibili. La sensazione è che però non sia semplice, nel clima politico attuale, accelerare su un passaggio così centrale e che l'effetto finale potrebbe anzi essere contrario, con un calo progressivo delle possibilità di intervento pubblico nella crisi bancaria italiana.



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