Effetto “deleveraging” sulla bassa crescita

b_267_241_16777215_00_images_titti.pngLa forte stagnazione che ha caratterizzato il commercio mondiale negli ultimi tre anni è sicuramente il sintomo principale di una crescita economica ben inferiore al suo tasso potenziale medio. Ma l’aspetto più interessante di questa “grande crisi” sta forse nella forte divergenza che si è venuta a creare, senza precedenti, tra la crescita Americana e quella Europea.

 

E l’esempio più lampante di tale situazione si rispecchia nelle quotazioni della borsa americana rispetto a quelle dell’indice eurostoxx50, considerato come proxy dell’Eurozona.

Infatti,mentre l’indice americano Dow Jones ha superato i livelli di prezzo del 2007 del venti per cento (2007,anno che precede lo scoppio della crisi), le quotazioni dell’indice Eurostoxx50 sono ancora ben al di sotto ai prezzi del picco del 2007 e quotano ancora a meno trentacinque per cento !

Facendo dunque due conti, si è generato un differenziale di rendimento tra America ed Eurozona del cinquantacinque per cento.

Mai nella storia finanziaria degli ultimi decenni si è registrata una simile differenza.

Tutto questo conferma da un lato la maggior efficienza e velocità delle politiche economiche americane e, dall’altro, quanto abbia inciso sulla stagnazione economica europea quello che noi economisti chiamiamo <<effetto deleveraging>> ovvero riduzione dell’indebitamento, sia da parte delle imprese che delle famiglie, le cui ovvie conseguenze sono una minore circolazione della moneta, quindi minori scambi commerciali e giocoforza meno produzione a cui corrisponde più disoccupazione.

Motivo per cui, per quanto la Banca Centrale Europea abbia preparato un piano finanziario di sostegno all’economia, è probabile che l’unica speranza di far ripartire la crescita sia rappresentata dal forte indebolimento della valuta europea che produrrebbe un forte stimolo alle esportazioni, ed in particolare per quelle italiane.

(Leggi: Forex: Dollaro USA continua a crescere contro Euro e Yen)

Inoltre, tale situazione di stagnazione economica, unita naturalmente ad una bassa inflazione, che già per alcune aree dell’ Europa periferica è deflazione (ovvero calo medio dei prezzi al consumo), trova riscontro anche nel forte calo delle quotazioni dell’oro.

Analizzando infatti le quotazioni negli ultimi quattro anni, possiamo notare il pesante crash dei prezzi che dai 1.900 dollari/oncia sono scesi fino ad un minimo di 1.185 dollari/oncia.La tendenza nell’ultimo anno è ancora chiaramente ribassista e l’eventuale rottura del supporto fondamentale dei 1.185 , potrebbe con buona probabilità provocare un’ulteriore affondo ribassista verso area 1.000 dollari/oncia. Di contro, invece, solo il  superamento di forza della fascia di prezzo compreso tra 1.350 – 1.400 dollari/oncia, potrebbe anticipare un ripartenza dei prezzi per almeno un ritorno in area 1.500- 1.600.

b_478_267_16777215_00_images_oro.pngwww.studioftm.it

 

Articoli Correlati
Mercati 2017.Una buona regola: compra,osserva,agisci
Quale futuro per il trend oro?
Obbligazionario sotto pressione ?
Borse europee in forte affanno, paura Brexit
Rendimenti negativi  a favore dell’oro
Spaccatura Europea

Questo sito web utilizza i cookie per migliorare la tua esperienza.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina,
cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie.
Informativa sulla Privacy